Perdersi in Palestina. Ancora dubbi geografici.

palestina

L’uomo ha iniziato a servirsi delle carte geografiche nel momento in cui ha abbandonato una vita sedentaria, per abbracciare uno stile di vita nomade. Il movimento, la necessità di doversi orientare in ambienti non familiari, hanno reso naturale e necessario l’utilizzo di un linguaggio visivo e simbolico per viaggiare: per andare e, poi, poter tornare. Sin dai tempi più antichi. E utilizzando i supporti materiali più disparati.

La carta geografica è, da sempre, contemporaneamente, il luogo del dove e il luogo dell’essere perché indicare dove le cose sono, porta a dire anche che cosa esse siano. Ed il motivo è semplice: la carta geografica opera, per il tramite del suo supporto, un allontanamento delle e dalle cose. Allontanamento necessario perché i luoghi stessi possano essere rappresentati, ma allo stesso tempo causa di un distacco di chi legge/interpreta la carta dagli stessi luoghi che rappresenta. L’orientamento, per potersi compiere, necessita di un’astrazione primaria ed una ricontestualizzazione successiva. Non è importante chi io sia per capire dove sono, ma è importante capire dove mi trovo per capire come muovermi e permettere quindi agli altri di scoprire chi io sia.

Se sei in Palestina, in un luogo in cui il navigatore satellitare (bella invenzione) is “not able to calculate the route”, nonostante le cartine geografiche che ti sei procurato da turista, facilmente capita di perderti. E allora non ti rimane che fermare la gente del posto e chiedere aiuto. Chiedi, cartina alla mano, di indicarti il luogo esatto in cui ti trovi, per poterti poi orientare da solo. Se nessuna delle persone che incontri è in grado di collocarsi all’interno della cartina, nonostante sia davvero bendisposta ad aiutarti e tu sai perfettamente che la mappa è davvero ben disegnata, allora rimani perplesso, ma soprattutto, maturi qualche dubbio.

Che esistano comunità non abituate a percepirsi al di fuori del proprio contesto, non avvezze a distinguere se stesse dal proprio luogo di appartenenza, abituate ad accogliere ma imbarazzate di fronte alla possibilità di essere accolte e che sono totalmente disinteressate ad orientarsi, perché sanno di non potersi perdere dove sono e vogliono rimanere.

E dunque ti domandi cosa sia giusto. Se aiutarle a ripensarsi, o farle progredire nel loro senso identitario. Ma tu, che sei abituata ad astrarti, ovviamente non lo sai.

Rispondi